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Infanzia negataInfanzia negata
Carissimo,
Sono una ragazza di 21 anni, studentessa di Pedagogia per cui è inutile dirti quanto sia grande la passione e l’amore che nutro per i bambini, ed è proprio questo amore che mi spinge a scrivere questa lettera per condividere con te un mio pensiero che spero possa colpirti.
Per amare i bambini non è necessario nessuno sforzo, ti basta guardarli negli occhi, quegli occhi che non sono altro che lo specchio della loro anima, un anima pura, ricca di semplicità, spontaneità di un’ingenuità” straordinaria che ti rapisce e ti fa vergognare di quella cattiveria, quella astuzia e di tutte quelle tesi programmatorie che impegnano il nostro mondo adulto. I bambini sono delle creature meravigliose colme di una bellezza interiore ed esteriore che vivono in un mondo tutto loro, un mondo fenomenale, incantevole, magico. Forse è proprio questa straordinarietà che nelle epoche passate gli adulti non hanno saputo cogliere sotterrando l’infanzia, senza considerare l’individualità dei bambino, i quali venivano considerati “piccoli-uomini” impegnati tra l’altro in attività lavorative ricche di responsabilità che in realtà non poteva appartenergli. Bisognerà aspettare il ‘900 per assegnare all’infanzia maggiori cure, maggiori attenzioni e premure.
Finalmente è stato riconosciuto al bambino il diritto al gioco, all’”irresponsabilità” che per molto gli era stato negata. Ma quello che mi preme sottolineare è che nonostante il ‘900 sia stato considerato il secolo del fanciullo, ancora oggi molti elementi ci fanno capire che molte delle teorie stabilite per la tutela dell’infanzia siano rimaste solo supporti teorici che non hanno riscontrato mai una concretezza pratica. Questo c’è lo può testimoniare la nostra realtà. A quanti bambini viene negata l’infanzia? A quanti vengono violati i principali diritti?
Sono veramente tanti basta pensare a quelle famiglie che non considerano o svalutano la parole dei figli, a quei genitori che fanno del piccolo l’oggetto delle loro dispute dei loro desideri più reprimenti, rendendo la sua vita complicata e convulsa. Si sentono sempre più casi di bambini vittime di violenza domestica, di tipo psicologico, verbale, e aimè sessuale. Oggi sta raggiungendo proporzioni veramente preoccupanti il traffico dei minori, destinati ad essere sfruttati nei lavori agricoli, domestici, e nelle industrie…Ci basta pensare che molte delle ditte che fabbricano marche le più conosciute a livello mondiale, stimate da ragazzi e adulti che vogliono semplicemente associarsi al conformismo della moda, sfruttano nelle loro fabbriche minori, che costretti a lavorare più di 10 ore al giorno vengono ripagati giornalmente con denaro che nei loro paesi permette di compare un sacchetto di patate.
Quando si discute per esempio di procreazione assistita, quando si parla di aborto, si continua a porre al centro dell’attenzione il diritto della coppia, il bisogno dell’adulto, il desiderio di diventare mamma e papà, e si alimenta una cultura centrata sull’”adulto”, i bisogni del bambino vengono dopo o restano nell’ombra
Per questo caro amico/a penso che ci sia ancora molto da lavorare affinché il bambino possa essere da tutti accolto come “persona” e affinchè possiamo essere tutti solleciti nei suoi confronti e disponibili nelle sue esigenze. Solo così potremmo accogliere nel nostro mondo la loro “magia”.
Un affettuoso saluto Chiara De Rose
Lettera ad un'anoressicaMi scendono le lacrime, piango e piango come un bambino, per una principessa. Principessa questa lettera e per te, non mi hai chiesto di scriverla, non mi hai chiesto di aiutarti, non mi hai chiesto niente, sei una principessa del no. Ci sto provando a capirti, provo ad immaginare il tuo dolore, ma non voglio. Voglio vedere i tuoi occhi come due stelle che luccicano, voglio alzare il tuo viso con una mano sotto il mento e scorgere in te un piccolo sorriso, vedi principessa voglio darti felicità, ma non sò come fare. Ti immagino distesa su di una spiaggia dorata, con il vento che ti accarezza i capelli, con gli occhi chiusi e con un sorriso pieno d'amore, principessa stasera mi sento solo, non sei tu ad aver bisogno di me, ma io chiedo aiuto a te, ho bisogno di te, non negare la tua esistenza. Ti prego aiutami a non piangere più per te. Io non mangio, un ricatto a te stessa, non mangio e nego la mia esistenza, si perchè non mangiando si arriva a non esistere, ma in fondo lo fai per amore o per odio, due sentimenti così diversi, ma così forti da poter cambiare il mondo. "Perchè il cibo non sarà mai più solo cibo. Non sarà mai più solo nutrimento". Carlo De Santis lettera a papà da SimonaLettera a papà da Simona Caro papà, Mi sono tornati in mente soprattutto i tanti bei ricordi: quando mi regalasti la prima bici e mi hai insegnato ad andarci…Ricordi quante risate e lacrime per le ginocchia sbucciate?! Mi ricordo tutte le feste che hai organizzato per me, soprattutto quella del mio 18° compleanno: quel giorno hai faticato a cucinare per tutte quelle persone, ma eri felice di farlo… …Ora vorrei piangere se penso che potresti non riuscire ad insegnarmi più niente, se penso che potresti non esserci accanto a me nel giorno più bello della mia vita, quel giorno che anche tu come me sogni tanto per tua figlia… NON DEVI MOLLARE, PAPA’!!
…Sennò chi insegnerà ai miei figli tutto quello che hai insegnato a me?! Vorrei poterti dire cosa sei per me e quanto bene ti voglio, ma è difficile spiegare una cosa così immensa… Vorrei poterti ringraziare per avermi fatto diventare, insieme alla mamma, la persona che sono oggi, perchè, nonostante tu abbia sofferto tanto ed abbia dovuto sopportare le cose che sappiamo, hai saputo prendere la direzione giusta, quella che ti ha condotto fino alla mamma e che ha permesso che io e V. nascessimo… …Vorrei poterti dire quanto sono fiera ed orgogliosa di te, di tutto quello che sei e che hai costruito da solo, con le tue sole forze e con i tuoi sacrifici (come sempre, insieme alla mamma, naturalmente).
Sappi che ti sono vicina più di quanto tu possa immaginare e desiderare! Ce la faremo anche stavolta e ne usciremo, come sempre, a testa alta e più forti che mai! TI VOGLIO UN BENE IMMENSO…!!!!
Tua figlia, Simona Lettera di una figlia al padreLettera di una figlia al padre
Tutto ciò che vorrebbe una figlia per un padre è tutto ciò che un padre vorrebbe per la propria figlia: salute, fortuna, felicità, una famiglia serena….
Dalla tua "bimba" Alice
Assertività: il coraggio di esserese stessi
Assertività: il coraggio di esserese stessi Essere assertivi significa prima di tutto rispettare se stessi. Soltanto da un profondo rispetto per la propria persona, per la propria individualità e unicità può svilupparsi la capacità di dare vita a relazioni interpersonali costruttive, sane, basate sul rispetto reciproco. I rapporti con gli altri sono spesso difficili, poco chiari, ansiogeni; questo non è altro che il risultato di fraintendimenti che nascono dall’incapacità delle persone di rapportarsi agli altri in maniera trasparente ed onesta. Se non si è sinceri con se stessi, come si può esserlo con gli altri? Assertività vuol dire conoscere il proprio modo di essere, accettarlo e non temere di mostrarlo agli altri; nasconderlo può solo provocare incomprensioni e disagi all’interno di una relazione interpersonale. L’assertività si conquista nel tempo e va mantenuta, evitando estremizzazioni sia in un senso che nell’altro. Essa varia infatti all’interno di due poli opposti: il primo è quello della totale passività e incapacità di confronto con le altre persone; il secondo quello della eccessiva sicurezza di sé che finisce per tramutarsi in un atteggiamento aggressivo, caratterizzato dall’imposizione sugli altri e dalla mancanza di ascolto delle altrui esigenze. Nessuno di questi due estremi si mostra adeguato e, ancora una volta, la virtù sta nel mezzo. Un atteggiamento assertivo sano ed equilibrato comporta la manifestazione dei propri punti di vista e delle proprie esigenze e, allo stesso tempo, l’ascolto e la ricezione dei punti di vista e dei bisogni altrui. Chi è assertivo sa esprimere i propri sentimenti, è in grado di modellare il suo comportamento e le sue decisioni in base al contesto in cui si trova e possiede la capacità di difendere e sostenere i propri diritti quando la situazione lo richiede. La persona assertiva riesce a fare tutto questo senza imporre la propria volontà sugli altri e senza al contrario subire passivamente quella altrui. La persona assertiva non ha paura di far valere le proprie opinioni e quando viene attaccata sa reagire chiedendo al suo interlocutore di modificare il suo comportamento inadeguato. Per sviluppare una sana assertività sono necessari tre elementi fondamentali: il primo è la conoscenza di se stessi (del proprio mondo interiore, inteso come insieme di attitudini, bisogni, punti deboli e punti di forza), il secondo è una giusta dose di autostima (sicurezza di sé, rispetto per la propria persona) e l’ultimo è il rispetto per il prossimo. Questi tre elementi, se presenti nella giusta dose, danno origine ad un comportamento di tipo assertivo favorendo l’edificazione di rapporti interpersonali costruttivi e trasparenti. Essere assertivi non significa essere egoisti; l’egoista è colui che non coglie le esigenze altrui e mostra un interesse esclusivo per le proprie, mentre l’assertivo comprende i bisogni degli altri e li tiene in considerazione. Al contrario di una persona passiva e di una egoista/egocentrica, la persona assertiva possiede le seguenti caratteristiche:
EMPATIAL'empatia la auguro a tutti, anche a me stesso. Percepire le sensazioni degli altri, scavare nel profondo delle persone è una sfida davvero gloriosa. Sentire la voce interna dell'altro ti rapisce. Quante volte siamo così distratti e non capiamo l'importanza del prossimo? Ascoltare il silenzio dell'altro, delle cose, ti fa toccare la parte più speciale, quella più delicata. L'empatia ti fa sentire l'essenza dell'universo e tutto ciò che ne fa parte. Ti fa scavare la superficie per poi farti addentrare nel mistero della vita. E senti anche il dolore, il dispiacere che c'è nell'altro e ciò ti mette in crisi e ti fa chiudere. Ti spaventa. Ma poi ti rendi conto quando ti renda più forte, quanto ti priva di tutti i pregiudizi. Inizi a sentire che anche gli altri sono piccoli quanto te e ciò ti rafforza, ti rende un essere unico con il mondo. Quanti silenzi , quanti misteri, quanti orgogli, quanti sentimenti esistono in un essere. La superbia è il contrario dell'empatia. Sentirsi il re del mondo, il sentirsi sovrano di tutto, delle emozioni anche non proprie. Ma è solo l'umiltà che ti fa toccare le lacrime dell'altro, che ti fa sentire così empatico da viverci nell'altro, nel suo modo di essere, di fare. L'empatia non credo sia un dono, penso piuttosto che tutti dobbiamo prefissarci un po' di sensibilità per vivere in armonia. L'empatia aiuta instaurare la fiducia tra di noi, aiuta a vivere nell'altro con delicatezza, senza puntare il dito contro. L'empatia non vuol dire risolvere i problemi del mondo, ma saperli guardare, senza pregiudizi. L'armonia giace nell'empatia e risuona con grazia e bellezza. Sentendo il battito della terra si irradia luce e si rigenera il calore di tutti i sentimenti. La diversità è un valoreCiao Fernando grazie mille per l'opportunità che mi dai di raccontarmi...GRAZIE GRAZIE!!!! INIZIO.... Sono diventata mamma quando ho adottato Nicola. Aveva quattro anni quando è diventato mio figlio. A quattro anni non parlava, non camminava e dondolava tutto il giorno, sembrava non voler comunicare con nessuno. “Un bambino da buttare dalla finestra” questa la diagnosi di un’illustre psichiatra. Altri medici avevano tentato ogni tipo di diagnosi: prepsicosi, autismo infantile, cerebroleso... Era un bambino perso, su cui la medicina aveva già dichiarato il suo verdetto definitivo. Così come facciamo noi di fronte a tante persone che non sono come noi. Perché noi riconosciamo solo noi stessi o solo quello che di noi stessi vogliamo vedere. Il giorno in cui ho incontrato Nicola, io ho solo visto una vita che si stava spegnendo, che si stava ripiegando su se stessa e chiudendo sempre più al mondo esterno. Nei suoi occhi una tristezza che non appartiene allo sguardo di un bambino di quattro anni. Quasi una domanda: perché mi sta succedendo questo? Perché sono vissuto in un istituto? E dentro di me l’esigenza di dargli una risposta… No, il male che si fa a qualsiasi bambino dovrebbe essere dichiarato “crimine contro l’umanità”… I bambini non hanno colpe, hanno dietro solo una comunità colpevole.
Ed io ho avuto la fortuna di vedere quel bambino per cui si era pronunciata una condanna irreversibile riemergere giorno dopo giorno dalla morte, quella psicologica. Non dovete ora dirmi che sono stata tanto brava. Siamo tutti più pronti ad ammirare che a condividere. L'ammirazione può diventare una barriera, un vetro da cui ti guardano. Chiunque è mamma di un bambino con difficoltà non chiede pietà né tanto meno elogi, ma condivisione. Vuole che il proprio bambino possa giocare con gli altri, entrare a scuola con compagni che non lo rifiutino, vuole camminare senza che si girino a guardarlo, vogliono che si vada oltre l’handicap e si guardi chi è non che cosa è, vogliono che qualcuno scopra le sue potenzialità e non solo quello di cui manca.. Vogliono che di loro si parli così: “Hai visto Piero…” e non “Hai visto l’handicappato…” L'unica cosa che mi ha chiesto Nicola, e me l'ha chiesta fino in fondo, è stato di lasciarmi coinvolgere, di immergermi totalmente nei suoi problemi. Ha chiesto che lo amassi incondizionatamente. Ma non per questo ho perso me stessa. Anzi, direi che mi sono trovata. È stato il suo aggrapparsi alla vita, la sua richiesta continua, il suo precipitare indietro e testardamente riprovare, è stata questa straordinaria voglia di vivere, di imporre sempre e comunque la sua presenza, che ha riempito di senso la vita, che me l'ha fatta apprezzare come un valore prezioso da non perdere e da non sprecare. Non era il suo solo istinto di sopravvivenza. Era ed è qualcosa di più, di diverso. Qualcosa che lo fa gioire ancora oggi delle più piccole cose, gli fa apprezzare un gesto che ai più sfugge, gli fa pronunciare improvvisamente: «Sono contento». E se gli chiedo perché, risponde: «Non lo so, ma sono contento». E gli occhi gli brillano. È qualcosa che gli fa amare la gente anche quando non lo ama, che lo fa sentire, soffrire ed esplodere di rabbia all'improvviso, ma che poi allo stesso modo lo fa ricominciare. E' qualcosa che gli fa amare sempre e comunquela vita. È lui che mi ha aiutato ad apprezzare un sorriso, a sentire un gesto, uno sguardo come un fatto importante, a raccogliere la solidarietà e l'affetto, a godere di tutto ciò che posso godere, ma anche a non rifiutare la sofferenza, a usarla per maturare senza rassegnarmi. E lui che mi ha fatto capire che cos'è il dolore, quel dolore che qualcuno senza volto e senza nome ti infligge senza perchè. E’ lui che mi dà la voglia, la spinta per fare qualsiasi cosa possa fare per combattere l’odio, l’indifferenza, per affermare che l’amore può vincere. La società aveva deciso per lui che doveva vivere in istituto. E tra istituto ed ospedali aveva vissuto quattro anni. Noi gli abbiamo solo dato una casa, una famiglia, un'opportunià. Abbiamo assistito al suo il risveglio, graduale, lento ma tenace, ed è stato come vederlo nascere di nuovo. E credetemi non c'è gioia più grande. Ora è un uomo che vive, lavora, ha tanti amici… Cosa vorrei comunicarvi? Vorrei comunicarvi che c’è sempre qualcosa da fare anche per quelli che relegano tra quelli che non possono avere speranza e decidono per loro come è meglio vivere. Tutti i bambini dovrebbero avere una mamma che li veglia con un sorriso sulle labbra, come in questa fotografia che ho scattato tempo fa in un viaggio. E noi adulti siamo responsabili dei nostri cuccioli, anche se non li abbiamo generati noi. PS. Grazie di cuore per l'opportunità datami di poter parlare della mia storia Riabilitazione PsichiatricaLa riabilitazione psichiatricaTutti siamo un colore...siamo tutti diversi !!!!! La riabilitazione è un insieme di "strategie abilitanti" deputate alla riapertura di canali relazionali, alla ridefinizione del tempo, degli spazi, dell’uso della quotidianità. Essa si occupa, sostanzialmente, della reintegrazione del paziente nella società, aiutandolo a riguadagnare ruoli e diritti perduti, puntando al conseguimento del massimo grado di autonomia possibile, quindi della massima qualità di vita auspicabile. Ciò si potrà realizzare mediante il potenziamento delle risorse e delle abilità sociali residue, la riacquisizione di quelle perse, l’acquisizione di nuove (se possibile), lavorando anche sull’ambiente. Il lavoro sul contesto si propone di favorire il reinserimento sociale e/o lavorativo dell’utente, cercando di aumentare il livello di tolleranza degli altri nei suoi confronti. Inoltre esso svolge l’importante funzione di evitare che si profili nei riguardi del paziente un tentativo di adeguamento passivo che non tenga sufficientemente conto della sua soggettività e singolarità. Riassumendo, tenendo presente che, esistendo una stretta interazione tra individuo ed ambiente, ogni modificazione di uno dei due soggetti relazionali produce un cambiamento sull’altro, la riabilitazione mette in atto un processo di adattamento reciproco secondo due strategie fondamentali:
Un valido percorso riabilitativo dovrebbe produrre la "guarigione sociale" del paziente, portandolo a reinserirsi completamente, dignitosamente e con successo nell’ambiente socio-lavorativo, anche in assenza di risoluzione della patologia. I livelli della riabilitazioneIntegrazione sociale, formazione professionale, casa, inserimenti lavorativi, offerta per il tempo libero e la socialità: questi sono gli ingredienti attraverso i quali la persona viene messa in collegamento con gli elementi simbolici, e pratici, della normalità, dell’essere parte della società. Più in generale, il lavoro riabilitativo può assumere quattro livelli:
In prospettiva del reinserimento sociale è necessario che siano ricostruite le condizioni affinché le persone svantaggiate siano riconosciute, e si riconoscano, come attori dei loro contesti di vita, effettuando il passaggio dal ruolo di "malato" a quello di "cittadino". Le cose che non ti ho detto (lettere ad un padre)Le cose che non ti ho detto (lettera di un ragazzo a suo padre)
Avrei tanto voluto darti quello che sapevi potessi darti...ma non l'ho fatto
avrei voluto farti conoscere alcune persone ma non l'ho fatto
avrei tanto voluto stringerti forte quel giorno...ma non l'ho fatto
sono tante le cose papà che non ho fatto, e solo oggi, a distanza di 20 giorni mi accorgo quanto davvero manchi nella mia vita, il mio punto di riferimento, l'artefice di tutto quello che ho fatto e che farò, la guida silenziosa dei miei passi.
ora papà che non ci sei più sento dentro di me il dolore di tante cose che non ho potuto fare con te e che se solo potessi tornare in dietro ti chiederei di fare
solo oggi riesco a sentire dentro questo vuoto la voglia di DOVER andare avanti, DOVERCELA fare come tu mi hai insegnato a fare ma non sento la forza per farlo.
mi hai insegnato che devo mettere me stesso in quello che faccio e che i problemi di lavoro vanno lasciati fuori.
mi hai insegnato tutto quello che hai potuto...ora sta a me mettere a frutto i tuoi insegnamenti
TI AMO PAPA'...ANCHE DA LI SU'
Lettera....ad un amico......Lettera ……ad un amico…...
L’emozione, quel nodo alla gola mi impedisce di parlarti liberamente, di esserti vicino nel modo più opportuno, allora approfitto della scrittura, di questo stupendo mezzo che abbiamo a disposizione per trasmetterti le mie emozioni Caro amico, vicino e lontanissimo…so bene quanto il destino è stato duro con te, nonostante il tuo sorriso, la solarità che trasmetti agli altri..tu combatti ogni giorno contro il tuo fato un pò avverso che ti ha voluto impedire di poter correre e rotolare spensierato nei campi per assaporare il gusto della libertà.. No mio amico.. la libertà fisica ti è sta in qualche modo negata..la tua difficoltà nei movimenti.. i tuoi limiti che con tanta disinvoltura ora riesci a gestire, dentro di te chissà come hanno pesato.. Non hai mai confidato i tuoi tormenti, le tue paure, i tuoi disagi.. .quanti sguardi hai dovuto subire.. sguardi maligni, commenti insinuanti.. eppure te sei forte…la tua presenza è rassicurante.. Quanta sensibilità avrai elaborato nell’ anima a fronte di tanta ingiustizia subita sulla tua pelle? Tu che non chiedi altro dalla vita se non quello che tutti noi chiamiamo normalità, alla quale siamo sin troppo abituati tanto da non accorgerci di quanto ne soffra chi invece non la ha. Tu che non hai avuto la fortuna di tirare un calcio ad un pallone e di rincorrere i tuoi amici per giocare…tu che abbassi lo sguardo di fronte ad una coppia di fidanzati che passeggiano mano nella mano.. mangiando un gelato… Tu che non puoi nuotare nell’acqua per sentire la freschezza e il sapore del mare…sapore di libertà… Caro amico… i tuoi limiti non sono barriere…sono trampoli che ti lanciano ad un livello superiore…stando fermo, rimanendo nella tua camera puoi volare.. visitare il mondo e accorgerti del bello che c’è nelle persone .. caro amico tu hai la PROFONDITA’… del pensiero , dello sguardo, delle emozioni, della capacità di elaborare…ecco allora che apprezzi le piccole cose ..anche i piccoli gesti e tutto acquista il giusto significato… paradossalmente tu apprezzi più d’ogni altro ..tu assapori la vita. Ma il dolore sembra non volerti abbandonare…così ora hai visto venir meno una parte di te, la tua fonte di vita, chi ti ha amato più d’ogni altro, chi ti accudiva, chi ti capiva, chi ti sosteneva.. Perché?... perché ora? Perché in quel modo?..perchè ancora a te? Quanto altro ancora? Caro amico fragile e fortissimo.. se io potessi staccherei un pezzo di cielo per donartelo…se in qualche modo potessi renderti la strada più facile spianerei le montagne …ma nulla di tutto ciò ti gioverebbe.. perché per farti felice basta poco.. come regalo hai bisogno di gesti che non si possono toccare, ma si ricevono con il cuore.. perché i sentimenti sono impalpabili, invisibili eppure cosi potenti. Tu che piangi le lacrime del mondo.. non chinare la testa al dolore…alza lo sguardo e cammina accompagnato dal sole. Di Vegas84 "STORIE" DI VITA E "GRIDA" AL MONDOTestimonianze di genitori adottivi: La storia di Sara Ciao Fernando bellissimo questo blog...grazie per avermi dato quetsta possibilità di parlare della mia storia...in questo blog come anche in altri siti ho la fortuna di potermi esprimere!!! Parto con la mia storia...... Paolo e io ci siamo sposati nel 1975 con il desiderio di allargare subito la famiglia. Purtroppo dopo tante delusioni abbiamo saputo che non avremmo potuto avere figli. L'adozione ci e' parsa la scelta piu' giusta, anche perche' ne avevamo comunque deciso l'attuazione gia' da fidanzati. Sognavo un neonato da coccolare, crescere serenamente e facilmente. Pensando di avere piu' probabilita', seguimmo il consiglio di un'amica presentando la domanda di adozione non al Tribunale per i minorenni di Milano, da cui dipendiamo territorialmente, ma presso il Tribunale di un'altra citta' che aveva fama di essere piu' snello burocraticamente. Questo fu un errore. Infatti abbiamo atteso due anni inutilmente, venendo poi a sapere che la nostra domanda era stata archiviata in quanto privilegiavano coppie residenti in quel territorio. Abbiamo quindi riproposto la domanda al Tribunale per i minorenni di Milano. In questi due anni di attesa mi sono sentita, ancor piu' di prima, defraudata; mi sentivo diversa, quasi messa ai margini della societa'. Mi domandavo, con rabbia, il perche' io non dovessi avere un figlio, per quale motivo io non potessi avere la gioia, la felicita' di stringere a me un bambino, un bambino piccolo. Era un mio diritto riempire un vuoto affettivo che sentivo crescere dentro di me? Erano domande a cui mi era difficile rispondere; mio marito, invece, era piu' sicuro: non si poneva tutti questi problemi, aveva realizzato il concetto di "figlio" superando l'idea dell'eta', del sesso ecc. Era veramente piu' disponibile e aperto di me. Per cercare una risposta a queste mie domande, che mi facevano soffrire, presi a frequentare delle famiglie adottive, convegni, serate in cui si trattava il tema dell'adozione. Dopo alcuni mesi in cui ho letto, mi sono documentata, ho riflettuto su "che cosa" volessi, ho avuto la certezza di cio' che volevo veramente. Avevo capito che era giusto dare affetto a qualunque bambino ne avesse bisogno, indipendentemente dall'eta', sesso o colore della pelle. Eppure il mio cammino verso un'altra maturazione doveva passare attraverso un'esperienza che mi aveva ulteriormente fatto riflettere. Una sera, infatti, invitati a casa dei conoscenti, ci venne presentato il loro bambino di circa cinque anni, adottato da pochissimi giorni e indiano. Cio' che mi sconvolse fu l'atteggiamento dei due genitori che lo presentavano come qualcosa di "speciale" esibendolo come una rarita' esotica! Tutto questo ci fece riflettere e insieme, Paolo ed io, decidemmo di rinunciare all'adozione internazionale temendo di poter avere un atteggiamento simile. Ero arrivata alla conclusione che amare vuol dire dare disinteressatamente, cioe' non "possedere" l'altro, ero quindi pronta ad accettare anche l'affido temporaneo. Dopo vari colloqui il Tribunale per i minorenni di Milano ci propose di essere la famiglia d'appoggio per i fine settimana e durante le vacanze di una bambina di circa sette anni, da tre giorni in istituto dopo essere stata tolta a una madre affidataria rivelatasi psicolabile, con la quale aveva vissuto dopo essere stata per tre anni in istituto. La madre d'origine, infatti, non l'aveva abbandonata pur occupandosi ben poco di lei. La bimba venne da noi e ruppe tutto quello che era possibile rompere, in un attimo distrusse fiori e tende, era riuscita persino in breve lasso di tempo a imbrattare i muri. Si attacco' subito a mio marito, viveva praticamente tra le sue braccia. Esprimeva e ha continuato per anni ad esprimere una grandissima aggressivita', quasi un odio verso di me. Infatti non potevo avvicinarmi a lei piu' di tanto, non potevo assolutamente parlare piu' di tanto. Anche in occasione di una sua malattia io non potevo fare nulla, accettava le medicine solo da mio marito. D'altra parte non poteva essere diversamente, le figure femminili l'avevano sempre tradita e abbandonata, l'avevano fatta soffrire, e quindi esprimeva nei miei confronti tutta questa paura, questa sfiducia verso la figura materna. Comunque era ben contenta di stare con noi e il rientro in istituto, il lunedi' mattina, diventava sempre piu' doloroso per lei, anche per noi naturalmente, ma per lei soprattutto. Trascorsi circa otto mesi, la sua situazione legale e familiare, che era estremamente ingarbugliata, si chiari' e Sara ci fu affidata, se pure a termine, ma almeno a tempo pieno; naturalmente in questi otto mesi i miei rapporti con lei, pur essendo sempre molto difficili, piano piano andavano migliorando, Sara mi metteva continuamente alla prova, le sue giornate le passava praticamente a provocarmi. Iniziava al mattino dicendo che non le piaceva stare nella nostra casa, che tutto faceva schifo, che voleva tornare in istituto. a quel punto io le dicevo che se il suo desiderio era quello, sia pure con enorme sofferenza, l'avrei portata. Quindi preparavo la sua valigetta ma, arrivati alla porta d'ingresso, mi guardava dicendo: "Ma tu sei matta che io ritorno in istituto". allora rientravamo nella sua cameretta, risistemavo le sue cose, tornava tutto tranquillo per un'ora, due ore, e poi si ripresentava di nuovo la stessa situazione, quindi alla sera la valigia era stata preparata e disfatta almeno quattro o cinque volte. A volte mi diceva: "Sai, se io voglio ti posso far impazzire prima di sera". E a volte riusciva davvero a portarmi all'esasperazione. Tutte queste sue manifestazioni erano dettate dalle sue insicurezze, dalle sue paure di essere ancor una volta rifiutata, di non essere di nuovo accettata. Circa otto mesi dopo quando ormai Sara era con noi a tempo pieno, un giorno all'improvviso, ha deciso di chiamarmi mamma. Da un momento all'altro, un minuto prima mi aveva chiamato Lella, subito dopo ha chiamato mamma! In quel momento lei aveva capito che poteva fidarsi di me e aveva scelto, in pratica, che io ero stata adottata da lei, io ero diventata la sua mamma. Subito dopo questo episodio, Sara venne dichiarata in stato di abbandono e potemmo trasformare l'affido a scopo educativo in preadottivo. I suoi atteggiamenti nei nostri confronti erano sempre molto bruschi, molto aggressivi anche se poi, alla sera quando la si metteva a letto passava molto tempo a succhiare il pollice di mio marito che, inginocchiato al suo letto la rassicurava e la tranquillizzava, a quell'epoca io non potevo ancora stare molto vicino a lei quindi, a debita distanza assistevo a questo rito con tanta voglia di essere al posto di mio marito. Per molto tempo Sara ha manifestato questa sua insicurezza queste sue paure. Anche a scuola esprimeva una grandissima aggressivita'. Un episodio significativo avvenne quando, in seconda elementare, la maestra decise di far portare dai bambini una loro fotografia da neonato. Non sapendo nulla, il giorno dopo andai, come al solito, a prendere Sara all'uscita di scuola e trovai la maestra disperata, in quanto Sara aveva picchiato tutti i bambini della sua classe. A questo punto salii in macchina con la bambina e le chiesi cosa fosse successo, il perche' di questo pestaggio generale. Sara scoppio' in un pianto dirotto dicendomi che lei non aveva fotografie da portare e quindi aveva pensato di punire i compagni che l'avevano fatta sentire diversa. In un primo momento pensai di dare a Sara una fotografia di mia nipote ma, riflettendo meglio, scartai questa ipotesi in quanto non mi piaceva impostare il discorso della sua nascita con bugie. Ricorsi allora all'aiuto dello psicologo che mi consiglio' di chiedere il permesso alla maestra di andare in classe a spiegare ai bambini la storia della nascita di Sara. Cosi' feci, andai in classe e, con Sara seduta sulle mie ginocchia, parlai della sua storia. Sara usci' da questa esperienza piu' forte e, devo dire, quasi orgogliosa di essere stata adottata. Ci sono stati altri momenti di difficolta', tantissimi. Sara era una bambina incapace di piangere, le sue emozioni le teneva nascoste, era molto dura, non piangeva mai perche' aveva paura di essere picchiata, aveva paura della violenza perche' probabilmente aveva subi'to questo tipo di sofferenze. Ricordo il giorno in cui, disobbedendo a Paolo, aveva attraversato la strada, pericolosissima, di fronte alla nostra casa. Paolo, spaventato, la ricondusse a casa sgridandola e la mando' nella sua cameretta. Una volta chiusa la porta sentimmo dapprima un lamento sommesso e poi finalmente, Sara scoppio' in un pianto dirotto: si sentiva libera di esprimere le sue sensazioni e i suoi sentimenti, libera di essere una vera bambina. Quello fu un momento indimenticabile della nostra vita e quasi buffo per qualcuno che vi avesse assistito: Sara singhiozzava e al di la' di una porta chiusa due adulti si abbracciavano e piangevano di felicita'. La storia di Sara e' una storia fatta di momenti difficili ma anche di momenti bellissimi. Ora Sara ha 22 anni ed e' nostra figlia a tutti gli effetti e in tutti i sensi: mi rendo conto quanto sia stata bella, ricca e formativa questa mia esperienza, forse perche' e' stata dura, durissima, costellata da molte mie crisi. Quante notti sveglia a pensare: "Perche' continua a rifiutarmi? Forse non mi vuole? Forse non riesce ad amarmi? Forse non le sono simpatica?". In quei momenti il sostegno e l'amore di Paolo "per le sue ragazze" e' stato fondamentale. Quante verifiche fatte insieme! Quando penso al suo primo sguardo, appena arrivata da noi, uno sguardo duro, sulla difensiva, pieno di rancori, di paure e lo raffronto a quello di oggi cosi' dolce e sereno, mi sento ripagata di tutto e poco importa se ancora oggi sia un po' spigolosa e, apparentemente, non molto affettuosa nei nostri confronti. Quando la sento cantare, ridere, soprattutto quando la sento chiamarmi con un tono pieno di affetto, devo confessare che a volte fingo di non sentirla per farmi chiamare nuovamente, perche' mi rendo conto di quanto cammino percorso insieme c'e' in quel "mamma". Non rimpiango affatto di aver perso la sua infanzia anzi penso che far da genitore a un bambino gia' grande, che ha un suo passato e una sua sofferenza, richieda certamente molta piu' fatica. Pero' moltissime sono le soddisfazioni, in quanto io considero che in un'esperienza di questo tipo niente sia scontato, tutto sia frutto di quotidiane conquiste, ogni giorno io conquisto il mio desiderio di essere mamma, ancora oggi, la mia voglia e la mia felicita' di essere mamma. Al compimento del 18¡ anno Sara ci esprime il desiderio di conoscere la madre biologica e ci chiede di aiutarla in questa ricerca. Dopo un comprensibile momento di panico, anche se mi aspettavo prima o poi tale richiesta, decido di affrontare, assieme a mio marito, tale argomento. A Sara esprimo le mie perplessita' sull'opportunita' di conoscere la donna che l'ha generata in quanto, a mio avviso, alle spalle di un abbandono c'e' sempre una storia tragica, una storia di miseria culturale e di incapacita' affettiva, le chiedo di riflettere sulla probabilita' che un tuffo nel passato possa farle perdere i punti di riferimento, la sicurezza affettiva e la serenita' cosi' faticosamente e dolorosamente conquistate. E' stato facile a quel punto riguardare assieme le fotografie del passato ripercorrendo le varie tappe della sua crescita. In quel momento quelle fotografie assumevano un significato nuovo, parlavano di amore, fatica e coraggio nel costruire una famiglia, nel sentirci uniti e importanti uno per l'altro. Quella sera abbiamo fatto tardi parlando, ridendo e piangendo nel ripercorrere la strada fatta insieme. Dopo due o tre giorni, in cui vedevo Sara pensierosa e turbata, mentre cenavamo, ci dice che, dopo aver riflettuto, aveva capito che il suo desiderio di ritrovare la madre biologica era dettato solamente da tanta rabbia verso chi l'aveva abbandonata, rabbia che avrebbe voluto urlare a questa donna, ma dopo quella straordinaria serata, aveva capito che la rabbia se ne era andata ed era rimasta la consapevolezza forte che i suoi genitori siamo noi ed era con noi che lei voleva vivere. E' stato un momento bellissimo pieno di tenerezza e amore che mi ha fatto capire che, se nel corso degli anni passati c'e' stato un rapporto forte basato sul rispetto e, attraverso l'amore, si e' riusciti a dare a questo figlio la sicurezza che e' una persona importante per chi gli sta vicino, allora, forse, anche l'abbandono rientra nelle piccole o grandi ferite che noi tutti abbiamo e con le quali conviviamo senza pero' farci distruggere. Sono passati quattro anni da quella sera e oggi Sara e' una ragazza serena, piu' forte e felice di volerci tanto bene.LA COMUNICAZIONE NEL MALATO ONCOLOGICOLA COMUNICAZIONE NEL MALATO ONCOLOGICO
La malattia grave è un evento drammatico, che ha l’effetto di una esplosione nella vita psicologica, familiare e sociale dei soggetti, eppure nella prassi quotidiana la complessità e la drammaticità di questa condizione si perdono: la malattia viene ridotta ad infausto evento biologico. In questo contesto emerge come la mancata considerazione degli aspetti intrapsichici, emozionali e sociali rischia di amplificare i sentimenti di disagio, solitudine, rabbia e dolore. Da qui l’esigenza di concentrare l’attenzione sulle dinamiche della comunicazione interpersonale, che dovrebbe permettere di sviluppare la capacità di contenere ed elaborare l’angoscia, la sofferenza e il senso di impotenza. La difficoltà di organizzare un processo d’aiuto al malato dipende in larga misura dal background socio-culturale del soggetto e di riflesso dall’insieme delle rappresentazioni sociali, che ruotano intorno ai concetti di salute e malattia all’interno di una società. La cultura dominante in un contesto sociale tende ad influenzare profondamente i processi di lettura e di interpretazione delle situazioni. La percezione di perdita dell’autonomia e della funzionalità sociale rendono, nella fase terminale della malattia, ancora più complesse le dinamiche di razionalizzazione e di accettazione della situazione. A livello intrapsichico si innescano dei meccanismi per così dire perversi che contribuiscono a ridurre sensibilmente i margini dell’interazione. Il processo d’aiuto ai pazienti oncologici, per questi motivi, dovrebbe concentrarsi di più sulla valorizzazione dell’aspetto comunicativo in modo da favorire la comprensione dei bisogni e degli stati d’animo latenti e manifesti dell’altra persona, attraverso il potenziamento delle capacità empatiche. Fondamentale in questi termini è lo sviluppo della capacità di ascolto, un’attitudine che si basa sul non ritenere mai di conoscere già bene, o già interamente, quanto riguarda gli interlocutori, le loro motivazioni più profonde e nell’atteggiarsi, invece, come se essi potessero in ogni momento offrirci delle informazioni nuove e indurci a vedere le cose in modo diverso. Si tratta di un ingrediente importante per instaurare una comunicazione davvero efficace e partecipativa, nonché di una condizione indispensabile per favorire il coinvolgimento nel processo di aiuto e quindi per stimolare gli altri a parlare. Nelle famiglie colpite dal dramma della malattia oncologica, spesso si instaurano dinamiche comunicative di tipo patologico, dal momento che i diversi membri del nucleo parentale sviluppano dei meccanismi di difesa atti a rimuovere lo stress e l’angoscia provocate dal contatto con la malattia. Alcune volte per sfuggire a sentimenti di angoscia, depressione e ansia si tende a negare l’esistenza della malattia; molti non dicono niente ai familiari, creando confusione relazionale nel sistema familiare. Si innescano dei meccanismi perversi dal momento che la comunicazione non verbale rimanda messaggi contrastanti rispetto alla comunicazione verbale. La stessa discrepanza tra comunicazione verbale e non verbale può indurre il malato a non sentirsi accettato e amato dai familiari e di converso i parenti possono manifestare sentimenti di impotenza e di frustrazione. Il non comunicare su quello che si sta verificando non significa eliminare il problema, anzi esso può raggiungere maggiori livelli di complessità. Nei familiari possono prevalere sentimenti di rabbia e di delusione che possono ledere anche la serenità del paziente. Ad esempio, tendono a coprire di attenzioni il malato per rimuovere ansie e sensi di colpa, comportamento i cui effetti si ripercuotono sul paziente, che si sente ancora più malato e meno autonomo. Altre volte il familiare nega l’esistenza della patologia e la minimizzazione della diagnosi stessa spinge il paziente a percepire ostilità e incomprensione. In molte altre circostanze i familiari negano i propri bisogni e annullano se stessi per concentrarsi sul malato, favorendo l’instaurarsi di una situazione gravosa per i primi e frustrante per il secondo. Un altro problema comunicativo riguarda l’eventualità di informare subito il paziente. Oggigiorno si tende a sostenere la tesi in base alla quale sarebbe opportuno informare subito il paziente sull’evoluzione della malattia, soprattutto perché, come già affermato, la comunicazione non verbale invia messaggi molto chiari e produce un clima teso e controproducente, qualora contrasti con le informazioni decodificate attraverso la comunicazione verbale. Dunque è necessario dire la verità, attraverso tecniche comunicative che valorizzino la chiarezza, la comprensione del messaggio e permettano di constatare, mediante processi di “feed-back”, il livello di soddisfacimento dei bisogni dell’utenza in termini di accettazione della malattia, di sicurezza in se stessi, di costruzione di nuovi ruoli. In questi termini assume un’importanza notevole la capacità di penetrare profondamente nelle dinamiche intrapsichiche dei soggetti e di condividere il dolore fisico e psichico in modo empatico senza che se ne venga assorbiti, pena il fallimento dello stesso processo di aiuto. Si deve insegnare alla famiglia a comunicare e ad esprimere sentimenti e stati d’animo, poiché nel tentativo di difendere il morente dalla dolorosa consapevolezza della sua condizione, all’interno della famiglia possono svilupparsi forme distorte di comunicazione, che hanno l’effetto di ampliare e di intensificare l’angoscia, la sofferenza e il senso di solitudine, sia nel malato che negli stessi familiari. Questo breve quadro descrive la difficoltà di gestire le dinamiche relazionali tra il paziente oncologico allo stadio terminale e il contesto socio-familiare, quando mancano i riferimenti strutturali e professionali necessari per garantire al malato non solo un adeguato supporto medico, di per se fondamentale, ma anche psico-sociale, poiché è attraverso l’elaborazione e la comprensione delle dinamiche intrapsichiche e relazionali che si può garantire un reale supporto globale al malato e alla sua famiglia nonché dare piena attuazione a quel processo di integrazione socio-sanitaria tanto auspicata dal Decreto Legislativo 229/99. Spegniti lunaSpegniti luna
(Poesia scritta da un mio AMICO...scritta pensando ai temi del blog) Spegniti luna nelle lacrime di un cuore ferito la notte ha tradito l'illusione di un amore mai nato. Non più rimpianto i suoi occhi non brillano al tuo viso Cupo è il cielo trapunto di stelle Sfoglia l'animo Oh vento notturno leggi tra le righe la tristezza di un cuore Vegas84 Amore e tempoAMORE E TEMPO C'era una volta un'isola, dove vivevano tutti i sentimenti e i valori degli uomini: il Buon Umore, la Tristezza, il Sapere... così come tutti gli altri, incluso l'Amore. Quando l'isola fu sul punto di sprofondare, l'Amore decise di chiedere aiuto. Ricchezza passò vicino all'Amore su una barca lussuosissima e l'Amore le disse: "Ricchezza, mi puoi portare con te?" "Non posso c'é molto oro e argento sulla mia barca e non ho posto per te." L'Amore allora decise di chiedere all'Orgoglio che stava passando su un magnifico vascello, "Orgoglio ti prego, mi puoi portare con te?", "Non ti posso aiutare, Amore..." rispose l'Orgoglio, "qui é tutto perfetto, potresti rovinare la mia barca". Allora l'Amore chiese alla Tristezza che gli passava accanto "Tristezza ti prego, lasciami venire con te", "Oh Amore" rispose la Tristezza, "Sono così triste che ho bisogno di stare da sola". Anche il Buon Umore passò di fianco all'Amore, ma era così contento che non sentì che lo stava chiamando. All'improvviso una voce disse: "Vieni Amore, ti prendo con me“ Era un vecchio che aveva parlato. L'Amore si sentì così riconoscente e pieno di gioia che dimenticò di chiedere il nome al vecchio. Quando arrivarono sulla terra ferma, il vecchio se ne andò. L'Amore si rese conto di quanto gli dovesse e chiese al Sapere: "Sapere, puoi dirmi chi mi ha aiutato?" "É stato il Tempo" rispose il Sapere "Il Tempo?" si interrogò l'Amore, "Perché mai il Tempo mi ha aiutato?" Il Sapere pieno di saggezza rispose: "Perché solo il Tempo è capace di comprendere quanto l'Amore sia importante nella vita ed allo stesso tempo può aiutare a dimenticare un amore perso " Il cuore più bello del mondoIL CUORE PIU' BELLO DEL MONDO C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno del suo paese. Tutti quanti gliel'ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s'insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso. Il cuore dell'uomoIL CUORE DELL'UOMO Un giorno Dio si stancò degli uomini a causa delle loro continue richieste, spesso molto futili. Prese, conseguentemente, la decisione di nascondersi per un pò di tempo. Chiamò tutti i suoi Angeli consiglieri e chiese loro: "Dove mi debbo nascondere per non essere trovato? Qual'è il luogo migliore?" Gli Angeli consiglieri suggerivano i luoghi più disparati. Chi suggeriva la montagna più alta, chi l'abisso del mare più profondo, chi lo spazio celeste più remoto. Non contento dei luoghi suggeritigli chiese all'Angelo consigliere più anziano, che ancora non si era pronunciato: "Tu dove mi consigli di nascondermi?" L'Angelo anziano, sorridendo, rispose: "Nasconditi nel cuore dell'uomo! E' l'unico posto dove essi non vanno a vedere!" Far durare l'amore
Una mamma e un bambino stanno camminando sulla spiaggia. LE VOSTRE STORIE DI VITA...LE VOSTRE GRIDAIn questa sezione sono raccolte LETTERE, TESTIMONIANZE, ESPERIENZE DI VITA, GRIDA di persone che hanno vissuto una sofferenza o che sentono il bisogno di gridare al mondo qualcosa... e desiderano raccontarle.....La tua "testimonianza", il tuo "grido" potrebbe aiutare qualcuno che sta attraversando la stessa esperienza...GRAZIE PER AVERMI SCRITTO ...
SCRIVI ALL'INDIRIZZO E-MAIL giorgino.fernando@hotmail.it la tua storia o il tuo grido sarà pubblicato..GRAZIE!!!!
GRIDO: sono Roberto un giovane di Pavia, ho 29 anni e sono un "Diversa-Mente-Abile" dalla nascita. Il mio GRIDO è un grido silenzioso perchè sò che in realtà i sordi nel mondo sono tanti: "Perchè dare un concetto, un'etichetta a chi è in realtà UGUALE agli altri? tutti siamo diversi ma uguali, tutti abbiamo qualcosa che è DIVERSAMENTE ABILE DALL'ALTRO!!!!!!!!!!!!!!" grazie a presto!! GRIDO: Sono una ragazza di 19 anni e voglio gridare al mondo "NELLA VITA SIATE VOI STESSI...SEMPRE". Bello questo spazio complimenti!!! ciao ciao GRIDO: Sono un padre di famiglia...voglio GRIDARE AL MONDO una cosa...GRAZIE MIO DIO PER IL DONO DEI MIEI FIGLI !!!!!!!!!!!!! GRIDO: Sono uno studente,ho 25 anni e voglio GRIDARE AL MONDO che LA SOLITUDINE è STATA LA MIA ROVINA....GRIDO CON IL CUORE DICENDO GRAZIE A TUTTI COLORO CHE MI SONO ACCANTO OGNI ISTANTE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
La storia di un alcolista... Carissimo Fernando, mi chiamo Eligio, ho 32 anni (da circa 2 sono un alcolista in trattamento) e ho deciso di raccontarti la mia storia con la speranza che possa aiutare qualcuno. Credo infatti che il racconto di quanto mi è accaduto faccia capire bene due cose: la prima è che è importante fare attenzione a quanto si beve, perché, come è capitato a me, si può “esagerare” senza rendersene conto. La seconda è che è possibile uscire dall’alcoldipendenza, ma che per farlo ci sono metodi migliori di altri. Devi sapere che alcuni anni fa ho cominciato a frequentare un bar. All’inizio era solo un ritrovo per fare quattro chiacchiere con gli amici e bere qualcosa in compagnia, ma col passare del tempo le cose sono cambiate: mentre prima eravamo solo in due a berci il classico “camparino” , dopo un po’ si sono aggiunti nuovi amici e, come spesso capita “paga tu, pago io” aumentavano anche i “camparini” che sono stati affiancati dai bicchieri di vino bianco, o da altri tipi di alcolici. Col passare del tempo, senza che me ne accorgessi, mi sono ritrovato a bere anche da solo. Fu più o meno nello stesso periodo che rimasi improvvisamente solo a livello affettivo. Allora cominciò un vero e proprio calvario, la mia autodistruzione. Bevevo per non pensare, ma più bevevo più aumentavano i problemi, di conseguenza i pensieri. Le notti erano diventate sempre più corte, mi svegliavo dopo due ore di sonno con forti tremori e sensazioni di caldo o di freddo. La prima e unica preoccupazione era aspettare che arrivassero le 6.30 affinché aprisse il bar, per potere andare a bere, non pensare, togliere i tremori che ormai costantemente mi venivano alle prime luci dell’alba. Avevo raggiunto livelli indescrivibili. Alle 7.30 del mattino avevo già bevuto tre whisky, due birre medie e partivo per il lavoro. Passavo le ore aspettando mezzogiorno per poter andare al bar di nuovo a fare “il pieno”. Ritornavo al lavoro e non vedevo l’ora di uscire per potere andare a prendere l’aperitivo. Ormai ordinavo sempre una bottiglia per me, nota bene, non un bicchiere, e una bottiglia per gli amici (allora costava £ 8000). Il fatto è che poi toccava loro pagare... e quindi... ti lascio immaginare come tornavo a casa per cena !!! Non contento uscivo di nuovo con la speranza di vedere quelli che credevo essere “amici” ma che in realtà, devo dirlo, mi trattavano ormai come un poveraccio. A pensarci bene ero ridotto quasi a uno stato vegetativo. Dormivo sempre 2 o 3 ore per notte, mi svegliavo, venivano i tremori, aspettavo che aprisse il bar e così via. Per fortuna in quel periodo conobbi un’altra ragazza che mi fu d’aiuto. Fu anche grazie a lei che presi una decisione, giusta, ma nel contempo sbagliata: smisi di bere. Ricordo che per due giorni non toccai niente di alcolico, ma mi ricordo anche che, il terzo giorno, camminando per casa con i tremori al massimo, si “è spento” improvvisamente tutto. Sono caduto svenuto a terra, con una crisi di astinenza e un attacco di delirium tremens. Grazie a Dio quella ragazza, che nel frattempo era divenuta la mia compagna, mi ha fatto soccorrere. Di quei momenti non ricordo più nulla. So solo che mi sono svegliato all’ospedale con una flebo per la disintossicazione. Al momento delle dimissioni, ai miei familiari fu suggerito di portarmi al NOA, dove sono stato seguito in tutto e per tutto con controlli medici e adeguata terapia, curato nel modo più consono alla mia situazione fisica e con un notevole supporto psicologico. Grazie alla mia forza di volontà e all’aiuto del NOA ora sono di nuovo Eligio e ho riscoperto quanto sia bello e gratificante vivere la mia vita, così come era bello prima che cominciassi ad avere questo problema con l’alcol. Spero vivamente ti sia interessato leggere il racconto dei miei anni “peggiori”, in fondo anch’io mi sento orgoglioso di poterlo scrivere adesso e di poterne parlare come di una cosa ormai superata. Vorrei solo aggiungere una cosa: se avessi saputo prima che in questo centro c’era gente disposta veramente e professionalmente ad aiutarmi avrei smesso di bere prima, in maniera migliore (visto che ho rischiato la vita facendolo da solo!!!) e con maggiore tranquillità. In tutta sincerità quindi ti dico: non perdere l’occasione di farti aiutare. Un salutone Eligio (Eligio3@hotmail.it)
La scelta di abortire... CARO FERNANDO,
Appunti di Viaggio…………….in compagnia di se stessi
La Ricerca Della Felicità
…dell’ Amore
"Non volevo riconoscere di essere un alcolista" Ciao Fernando è molto bello quello che fai...Essere un Assistente sociale non è affatto facile ...anzi!!!! Io sono Annalisa, una donna non più. La mia adolescenza è trascorsa all’insegna della spensieratezza, mi sono sposata molto giovane e sono diventata mamma. Il mio matrimonio è stato un disastro, avevo un marito che tutto era, tranne che un compagno, la maternità poi mi ha ulteriormente responsabilizzato. Non essendo soddisfatta del mio ruolo, frequentai la scuola magistrale, per accedere al corso di "Infermiera Professionale". Le mie giornate erano veramente faticose: lavoravo fuori, accudivo la mia famiglia e studiavo. Dopo il diploma e relativo concorso fui assunta in ospedale, dove ancora oggi lavoro come dipendente stimata e gratificata. Mio figlio nel frattempo cresceva senza problemi, si è laureata senza nessuna difficoltà, la nostra vita trascorreva in modo piatto ma tranquillo, covavo sempre la mia insofferenza. Io e mio marito vivevamo separati in casa, ciascuno di noi aveva i suoi interessi e le sue amicizie. Ho iniziato a bere come tutti, alle feste, alle cene, l’aperitivo al bar. Le dosi di alcol che assumevo divenivano sempre più massicce, in casa tutti erano a conoscenza di questo mio comportamento, ognuno di loro cercava di farmelo notare, ma non volevo riconoscere di essere diventata una alcolista.
L’Indifferenza
Scrivo perché vorrei condividere con voi la sofferenza che mi sta lacerando l'anima. Sono una ragazza di 21 anni e da quattro soffro di disturbi alimentari. Purtroppo c'è la tendenza a credere che l'anoressia si manifesti soltanto nel mostrare un corpo pelle ed ossa. Io sono normopeso, ma la mia mente è quella di una ragazza anoressica. In brevissimo tempo ho perso circa trenta chili: prima ero obesa. Ho vissuto sempre malissimo il mio rapporto con il cibo, non sapevo neanche io che cosa stesse accadendo dentro di me, forse perché dei "casi" non se ne parla. Verso gennaio la mia situazione andava degenerando: stavo sempre peggio e ho capito che dovevo chiedere aiuto. Ho passato mesi in cui mangiavo pochissimo e vomitavo tutto. Avevo paura che nessuno mi avrebbe aiutata a rientrare in possesso della mia vita perché non ho un corpo da anoressica. Ora sto seguendo una strada e spero sia quella giusta. Vedo nuovamente una speranza per ritrovare la felicità, la capacità di assaporare le gioie della vita e di godermi tutto ciò che mi circonda. La mia vuole essere una testimonianza per dire che la gravità della malattia non dipende dai numeri che segna la bilancia, ma che è il dolore, la sofferenza psicologica e i pensieri "malati" che accomunano chi pesa 30, 40, 50 o 100 chili. Una solo frase per concludere: si può guarire, ma devi essere tu stessa a volerlo realmente e devi saper lottare. Un abbraccio caloroso a tutte quelle che vivono intrappolate in questa gabbia in attesa di liberarsi, le chiavi le abbiamo solo noi, incominciamo ad usarle. Grazie Fern ando per avermi dato la possibilità di parlare e condividere la mia storia!! apresto
“Sono stata violentata da bambina, vorrei parlarne perché il silenzio fa male” Parto dal presupposto ke la soluzione sarebbe andare da un psicoterapeuta ma l'ho fatto ed ora non ho voglia di tornarci...questa è la mia storia Michele(così si kiamava)non ha perso neanke un secondo...appena eravamo soli entrava nella mia stanza e mi toglieva tutti vestiti da dosso,mi gettava con forza sul lettino e mi violentava...(fa male anke solo scrivere questa parola,ma devo sforzarmi a dirla)...distruggeva tutto ciò ke creavo...ricordo ke una volta io costruii dei vestitini con la carta di giornale x fare un balletto con la mia sorellina, lui salì in mansarda(dove stavo preparando lo spettacolino) e mi chiese di fargli vedere il balletto...ero felice...ero felice che si interessasse a me xkè non lo faceva mai...mi faceva solo del male...ho cominciato a ballare e lui ha cominciato a masturbarsi...era seduto sul letto di fronte a me...poi si è alzato ed ha cominciato a spingermi..mi ha buttata x terra e mi ha strappato tutti i vestitini di carta ke avevo costruito...mi calpestava le manine e continuava masturbarsi...poi mi ha presa , mi ha gettata sul lettino e mi ha violentata...ricordo la musica del mio balletto in sottofondo...ed io pensavo solo ke i miei vestitini erano distrutti e ke dovevo aggiustarli.... a distanza di 10 anni...(sono di nuovo nella mia città )...ricordo quelle cose con dolore...soffro di anoressia...e sono un'autolesionista...ho continue crisi di ansia e sono depressa...sono andata da un medico ma purtoppo mia madre si è messa in mezzo e ha cercato in tutti i modi di capire cosa gli dicevo...parlando con la mia amica ed il mio rgazzo ed addirittura telefonando allo psicoterapeuta..io non voglio ke lei sappia...se nn si è accorta di nulla prima nn vedo a cosa servirebbe parlargliene...!non mi aspetto nulla da questa lettera,so ke dovrei parlarne con un medico ma non ci riesco... ho bisogno di parlare, di sfogarmi, di sentire le persone accanto a me...vorrei parlare con qualcuno che ha un trascorso simile al mio...parlare è difficile...riesco a farlo solo in questo modo...in tutti questi anni solo con2 persone ho avuto il coraggio di parlarne...il mio ragazzo e la mia migliore amica...ora in questo modo...posso parlare con + persone senza farmi male...
Perchè mi ha lasciato per quello? Ciao Fer. scrivo perchè mi ritrovo a un punto morto della mia vita. Mi chiamo Mattia ho solo 17 anni, ma è appena finita una relazione in cui avevo messo tutto me stesso per più di un anno e mezzo. Sono stato mollato per uno più piccolo di me, e anche di lei. Lei mi ha tradito molte volte ma ero troppo innamorato per lasciarla, e ne sono ancora innamorato. Mi chiedo come può succedere dopo che mi sono comportato da perfetto cavaliere per più di un anno con lei. Non mi ha mai apprezzato? Ps per rispondermi mattia.p1990@hotmail.it
“L’anoressia: adesso per me è una malattia stupida” Mi chiamo Clara, ho 15 anni e ho iniziato a mangiare meno in terza elementare per piacere ad un ragazzo che mi prendeva in giro. Così è iniziata la mia storia di anoressia. La prima cosa che ho fatto è stata togliere i condimenti, ottenendo subito come risultato quello di dimagrire. Pensavo che era meglio morire piuttosto che aumentare di peso. Un giorno sono stata costretta da mia mamma ad entrare in un Ospedale per guarire da questa malattia. Io non volevo stare lì perché non mi trovavo bene né con la dottoressa né con le infermiere. Erano troppo duri nei miei confronti, mi dicevano che non miglioravo mai e quindi mi aumentavano la terapia, cioè mi riempivano il bicchiere fino all’orlo di integratore e se non bastava mi facevano le flebo. Se chiedevo se ero aumentata di peso non mi rispondevano; secondo me avevano il timore che noi ci spaventassimo e che quindi rifiutassimo di mangiare. Dovevo fare tutto quello che dicevano loro anche se non mi piaceva, non potevo più andare a scuola o uscire a divertirmi ed ero sempre giù di morale. Io non volevo essere chiamata anoressica perché per me di questa malattia soffrono le persone che vogliono assomigliare alle modelle e non pensano a vivere, ma solo ad essere magre. Ci sono stati momenti in cui rinfacciavo a mia madre che desideravo morire piuttosto che continuare la cura. Mia mamma era molto preoccupata per me, si sentiva in colpa perché pensava di avermi dato poche attenzioni. Ed è così che mia madre ha scoperto un Centro specializzato e ho iniziato a frequentare il Day Hospital. Durante il primo colloquio, ho conosciuto la responsabile di questo Centro, che mi è stata immediatamente simpatica e da cui mi sono sentita subito capita. In questo Centro ho trovato un ambiente di cura accogliente, durante i colloqui con la dottoressa non mi sentivo giudicata se mangiavo o non mangiavo. Potevo raccontarle tutto quello che volevo, mi sentivo libera e tranquilla. Trascorrevo del tempo anche con un'altra psicologa, che mi faceva disegnare, giocare e divertire… Ogni volta che andavo inventavamo qualcosa di nuovo, una volta ho preparato i biscotti al cioccolato per la festa della mamma! Ero felice quando arrivavano i giorni della settimana in cui dovevo andare da loro. Ricordo che in uno degli ultimi incontri ho disegnato dei profitterols dicendo che ne avrei mangiati a dozzine. Solo alcuni mesi prima pensavo che sarebbero stati un incubo per la mia linea e una bomba di calorie infinite. Nel giro di pochi mesi ho quindi iniziato a pensare che non volevo essere anoressica, ma che volevo ricominciare a vivere. Adesso penso che l’anoressia sia una malattia stupida.
CLARA
EX tossicodipendente
Mi chiamo Paolo Denora
ho 43 anni e da quasi 6 mesi ho completato il programma Narconon. La maggior parte dei tossicodipendenti ha iniziato da giovane, quasi ognuno di loro è stato un ragazzino che ha smarrito la via, io no, pur non avendo nè grossi precedenti con le canne, nè con l'alcool sono diventato tossicodipendente da grande, ho iniziato dopo i 35 anni. Cosa mi ci ha portato? non saprei esattamente ma sicuramente è stato il punto di arrivo dei miei errori invischiato nei debiti di gioco, in ambienti pericolosi, nella paura delle conseguenze qualcuno un giorno mi offrì la soluzione alla mia disperazione e da li il fondo è stato totale. Non credevo che ne sarei uscito mi sentivo vecchio, vecchio per ricominciare, vecchio per credere in me stesso, mi compiagevo accettando la compassione di mia moglie e dei miei figli sempre più inconsapevole di qualunque cosa mi stesse veramente attorno. Quando sono entrato al Narconon Grifone di Catania mi sono lasciato portare come se quello od altro non facessero differenza per me, magro da paura, bianco ma soprattutto morto dentro, poi ho scoperto che non ero così avevo provato a seppelirmi da solo ma dentro io c'ero ancora, il programma Narconon, la sua tecnologia me l'hanno fatto riscoprire, venire fuori con tutta la sua forza e la sua bellezza. Me lo sono sudato il mio programma! affrontando ogni difficoltà: la separazione dalla mia famiglia , le difficoltà economiche che avrebbero dovuto affrontare senza il mio lavoro, le conseguenze fisiche del mio uso di eroina che mi aveva quasi bruciato i polmoni, ma qualunque fosse l'ostacolo che mi si poneva davanti sempre più cresceva in me il desiderio di farcela ed ogni giorno sapevo di essere più forte. Oggi sono un'altra persona, la comunità non è stata un incubo anzi è come se avessi passato una seconda adolescenza tra giochi, risate e nel frattempo diventavo uomo. Oggi continuo a giocare ed a crescere insegno ai miei figli le tecniche di studio e le assistenze per i dolori, che ho imparato sul programma, sono tornato sui banchi di scuola(serale) e so che il programma Narconon non è finito per me e mi stà ancora dando la possibilità di crescere e di far crescere i miei figli sani e forti contro la droga, oggi ho portato un mio amico al Centro per iniziare a sua volta il programma al Narconon Grifone ed è stato bello quasi come la nascita dei miei figli, oggi sono un ragazzo di 43 anni che ama la vita e sà che non è mai troppo tardi per iniziarne una nuova libera dalle droghe
MI INNAMORAI DI VALE (Storia di un ADOLESCENTE) Marco (http://ILPIKOBLOG.spaces.live.com/)
Mi chiamo Silvia, ho 48 anni, una lunga storia psichiatrica alle spalle, iniziata all’età di 17 anni, con un ricovero in una clinica psichiatrica di Milano.
Diagnosi: schizofrenia, successivamente modificata in sindrome borderline.
Problemi familiari notevoli con violenze fisiche e psichiche subite sia nella prima infanzia, sia nell’età adolescenziale, una famiglia apparentemente per bene dalla quale sono scappata all’età di sedici anni e mezzo.
Angoscia, ansia, panico, paranoia, allucinazioni, disturbi alimentari e tanti psicofarmaci e psicoterapie, senza i quali oggi non potrei condurre una vita normale.
Da circa due anni sono seguita dai professionisti di un Centro Psichiatrico: da uno psichiatra per la parte farmacologica e da una psicologa per il supporto psicologico. Grazie al loro aiuto sono riuscita a raggiungere un certo equilibrio. La mia dottoressa è un appuntamento settimanale molto atteso, a lei confido tutti i miei problemi, mi sento capita e seguita nelle mie scelte di vita. Mensilmente incontro il mio psichiatra, che mi “aggiusta” i farmaci.
Tanta fatica quando hai voglia solo di morire, quando pensi che il mondo intero ce l’abbia su con te. Adesso vivo, accompagnata dai miei problemi, in parte risolti, in parte no, ma il mio obiettivo quasi raggiunto è di poter condurre un’esistenza serena.
Ora ho una bella famiglia Ciao Fernando, ho saputo di questo blog mezz'ora fà e ti scrivo immediatamente. INES
I giorni perdutiI giorni perduti
Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Johnny, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa sul camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all'estrema periferia della città fermandosi sul ciglio di un vallone.
Johnny scese dall'auto ed andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e , fatti pochi passi, la scaraventò nel vallone, che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.
Si avvicinò all'uomo e gli chiese:
"Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c'era dentro? E cosa sono tutte queste casse?"
Quello lo guardò e sorrise: "Ne ho ancora sul camion da buttare. Sono i giorni."
"Che giorni?"
"I tuoi giorni."
"I miei giorni?"
"I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?"
Johnny guardò.
Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno. C'era dentro una strada d'autunno , e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C'era una camera d'ospedale, e sul letto suo fratello Antony che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari. Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa quì alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
"Signore!" gridò Johnny, mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell'aria, e all'istante scomparve anche il gigantesco cumulo di casse misteriose.
Morale: abbi cura delle persone e delle cose che ti sono vicine, perché in futuro potrebbe essere troppo tardi. Il ragazzo e i bigliettiniIl ragazzo e i bigliettini
C'era una volta un ragazzo nato con una grave malattia. Una malattia di cui non si conosceva la cura. Aveva 17 anni, ma poteva morire in qualsiasi momento.
Visse sempre in casa sua, con l'assistenza di sua madre. Stanco di stare in casa, decise di uscire almeno una volta. Chiese il permesso a sua madre. Lei accettò.
Camminando nel suo quartiere vide diversi negozi. Passando per un negozio di musica, guardando dalla vetrina, notò la presenza di una tenera ragazza della sua età.
Fu amore a prima vista.
Aprì la porta ed entrò guardando nient'altro che la ragazza. Avvicinandosi poco a poco, arrivò al bancone dove c'era la ragazza. Lei lo guardò e gli disse sorridente: "Posso aiutarti?"
Nel frattempo egli pensava che era il sorriso più bello che avesse mai visto nella sua vita. Nello stesso istante sentì il desiderio di baciarla.
Balbettando le disse: "Si, eeehhhmmm, uuuhhh...mi piacerebbe comprare un CD".
Senza pensarci, prese il primo che vide e le diede i soldi.
"Vuoi che te lo impacchetti?" - Chiese la ragazza sorridendo di nuovo.
Egli rispose di si annuendo; lei andò nel magazzino, tornò con il pacchetto e glielo consegnò. Lui lo prese ed uscì dal negozio.
Tornò a casa e da quel giorno in poi andò al negozio ogni giorno per comprare un cd. Faceva fare il pacchetto sempre alla ragazza e poi tornava a casa per riporlo nell'armadio.
Egli era molto timido per invitarla ad uscire e nonostante provasse non ci riusciva. Sua madre si interessò alla situazione e lo spronò a tentare, così egli il giorno seguente si armò di coraggio e si diresse al negozio. Come tutti i giorni comprò un altro cd e come sempre lei gli fece una confezione.
Lui prese il cd e, in un momento in cui la ragazza era distratta, posò rapidamente un foglietto con il suo numero di telefono sul bancone; dopodichè uscì di corsa dal negozio.
Driiiiin !!! Sua madre rispose al telefono:
"Pronto?", era la ragazza che chiedeva di suo figlio; la madre afflitta cominciò a piangere mentre diceva:
"Non lo sai?...è morto ieri".
Ci fu un silenzio prolungato interrotto dai lamenti della madre. Più tardi la madre entrò nella stanza del figlio per ricordarlo. Decise di iniziare dal guardare tra la sua roba. Aprì l'armadio. Con sorpresa si trovò di fronte ad una montagna di cd impacchettati. Non ce ne era nemmeno uno aperto. Le procurò una curiosità vederne tanti che non resistette: ne prese uno e si sedette sul letto per guardarlo; facendo ciò, un biglietto uscì dal pacchettino di plastica..
La madre lo raccolse per leggerlo, diceva:
"Ciao!!! Sei bellissimo! Ti andrebbe di uscire con me? TVB...Sofia."
La madre emozionata ne aprì altri e trovò altri bigliettini: tutti dicevano la stessa cosa.
Morale: Questa è la vita, non aspettare troppo per dire a qualcuno di speciale quello che senti. Dillo oggi stesso. Domani potrebbe essere troppo tardi. |
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